UNA MIA GIORNATA COME INFERMIERA VOLONTARIA IN KENYA.

ospedale a Kiirua in Kenya dove ho fatto la mia esperienza come volontaria infermiera

Someone told me, “Always say what’s on your mind”
And I am only being honest with you, I
I get lonely and make mistakes from time to time
Se enioma enko ye, bibia be ye ye,

Bibia be ye ye ye ye ye ye,

Bibia be ye ye

Ed Sheeran
Ascolta qui la canzone!

Così mi svegliavo al mattino, con questa sveglia per i 4 anni consecutivi in cui sono stata infermiera volontaria all’ospedale St. Theresa Mission Hospital di Kiirua, nella contea di Meru.

Questa canzone, con queste parole e questa energia africana per darmi la carica e per ricordarmi che se anche per un altro giorno avrei potuto vedere sofferenza e dolore, in quello stesso giorno avrei visto anche gioia e amore.

La mia sveglia suonava alle 06.37 (per darmi l’idea di aver dormito di più che se fosse stata alle 06.35). Ero sola in una camera con 2 letti singoli, una scrivania, una sedia, un guardaroba a muro e una zanzariera. Il bagno era privato con un WC, un lavandino e una doccia.

6.40 era quando ero pronta per una doccia veloce e fredda giusto al punto giusto per eliminare il sonno che era rimasto anche dopo la sveglia. Quando nella mia stanza non c’era acqua allora uscivo e andavo nel bagno comune per una doccia, prima che gli abitanti della guest house dove vivevo avessero la mia stessa idea ed occupassero il bagno. In questo caso la doccia era un po’ più calda visto che l’uscire con solo l’asciugamano funzionava già abbastanza come energizzante. In caso fosse tardi ed il bagno era già occupato, allora andavo con un secchio a prendere dell’acqua nel retro dell’ospedale e la doccia era sempre troppo ghiacciata per i miei gusti.

Per gran parte della mia permanenza, e soprattutto quando ero l’unica volontaria, prendevo i pasti nel convento insieme alle suore che gestiscono l’ospedale. Quindi, una volta vestita, uscivo dalla guest house e passando attraverso l’orto andavo al convento per colazione.

Questo percorso era molto breve, nemmeno 2 minuti di cammino, ma nel periodo delle piogge poteva diventare un percorso ad ostacoli per evitare le pozzanghere che potevano essere della grandezza di un piccolo lago. A fine stagione, potevo impiegarci 15 minuti di cammino per riuscire a mantenere le mie scarpe asciutte (da tempo avevo rinunciato a tenerle pulite). Finché un giorno non mi decisi a comprare degli stivali di gomma che divennero per me come per Linus la sua coperta.

Arrivata al convento prendevo la colazione, a volte sola a volte in compagnia di alcune suore che erano di turno in ospedale. Il menu? Dei più vari! Per me ovviamente chai, con della frutta o delle fette di pane spalmate con marmellata. Una colazione veloce, almeno per me che starei un’ora intera a mangiare al mattino.

Poi tornavo nella mia stanza per cambiarmi con i vestiti per il lavoro. Come uniforme utilizzavo pantaloni blu scuro, casacca bianca e scarpe sportive: uno stile più comodo rispetto all’uniforme per le infermiere in Kenya, ma degli stessi colori.

Alle 7.20 in punto chiudevo la porta della stanza e andavo in ospedale tramite il retro, passando le case dello staff e l’officina del tuttofare.

Da lì accedevo direttamente al reparto di chirurgia, quello in cui ho speso la maggior parte del mio periodo come volontaria.

MATTINATA IN OSPEDALE

Alle 7:30 è quando il turno iniziava.

Entrambi i turni, sia mattina che pomeriggio, iniziavano allo stesso orario, ma il primo aveva una pausa pranzo di un’ora dalle 13 alle 14 e terminava alle 16:30, mentre  per il secondo la pausa era dalle 14 alle 16:30 e terminava alle 18, quando il turno di notte cominciava fino alle 7:30 del mattino.

Dopo un breve saluto a tutti i colleghi ricevevamo la consegna nel locale infermieristico dai colleghi della notte. Poi sempre con loro andavamo a vedere di persona i pazienti più critici, pre o post operatori o ammessi durante la notte.

esperienza come volontaria come infermiera nel reparto di chirurgia
Con un’altra volontaria durante delle medicazioni

Da lì si cominciava!

Ci si divideva in coppie: una somministrava la terapia, una si occupava di eventuali giri medici, prelievi, esami, lista operatoria, trasfusioni e altre varie procedure, un’altra coppia aiutava nel rifare i letti di alcune stanze e poi si occupava di fare le medicazioni di tutti i pazienti senza problemi a muoversi in un’apposita stanza e le rimanenti coppie si suddividevano le rimanenti stanze, rifacevano i letti e aiutavano i pazienti allettati a lavarsi, rifacevano le loro medicazioni e li aiutavano a mobilizzarsi nel letto o su una sedia a rotelle.

Personalmente non c’era una mansione che preferivo o che non volessi fare, perciò potevo essere allocata in ognuna di esse; mi piaceva, anzi, cambiare spesso per conoscere i pazienti sotto diverse aspetti, cosa che risultava difficile venendo assegnata sempre ad un tipo di procedura.

Il reparto chirurgico aveva 19 camere che ospitavano (o  meglio dovrebbero ospitare) 3 letti, ma a volte si raggiungono picchi anche di 120-130 pazienti ( il doppio della reale portata). Quando necessario venivano aggiunti alcuni letti o utilizzate stanze adibite ad altri usi, quindi la portata di lavoro era decisamente elevata.

Si collaborava con diverse figure come succede anche in un ospedale italiano: medici, chirurghi, incaricati alle pulizie, personale simile all’ASA ,fisioterapisti, farmacisti, del reparto, ma anche di altri.

La mattinata volava tra il lavoro, il registrare tutto il necessario sulle cartelle dei pazienti, una chiacchierata e la pausa thè; poi arrivavano le 12:30 quando ai pazienti viene servito il cibo e si aiutava chi avesse bisogno per mangiare o chi assumeva il cibo tramite un sondino. Allo stesso tempo si davano informazioni ai parenti che arrivano durante l’orario di visita.

PRANZO

In base al turno a cui ero assegnata toccava anche me mangiare alle 13 o alle 14.

Tornavo, quindi, nella mia stanza per cambiarmi e poi di nuovo nel convento per il pranzo. Ringrazio le suore per avermi fatto sempre trovare ottimo cibo già pronto, ma ancora caldo perché per quanto ora stia scrivendo gli orari della pausa, in realtà poteva essere ad ogni orario (fino anche a saltare il pranzo) perché ogni giorno era diverso. Poteva esserci un emergenza o carenza di personale e altri imprevisti. Per cui ogni giorno il momento del pranzo arrivava quando il lavoro lo permetteva.

Se ero nel turno del mattino allora era un pranzo veloce ,poi, in stanza cambiarsi per tornare al lavoro in reparto. Se, invece, ero nel turno del pomeriggio avevo più tempo a disposizione che utilizzavo per dare un aiuto in cucina (non pensate cucinassi, lavavo solo i piatti) fermarmi un po’ nell’orto a chiacchierare e rilassarmi nel giardino della guest house leggendo un libro seduta al sole.

la guest house dove ho fatto la mia esperienza come volontaria in Kenya
Giardino della guest house

Nel pomeriggio venivano assegnati i nuovi compiti come la terapia, la misurazione dei parametri vitali, il monitoraggio dei pazienti dopo un’operazione, la mobilizzazione di chi impossibilitato o la procedura di ammissione.

Se finivo alle 16:30 avevo tempo di tornare in stanza, cambiarmi e fare una passeggiata/corsetta nel villaggio di Kiirua e nei campi circostanti. Se finivo alle 18 (che dato la consegna non era mai prima delle 18:30) il tempo era sufficiente per darmi una rinfrescata e andare per cena verso le 19:30.

SERATA

La cena era il mio pasto preferito perché, in genere, eravamo tutti presenti ed ognuno raccontava della propria giornata, di episodi divertenti accaduti e di momenti più commoventi davanti ad una tazza di chai bollente.

Dopo cena tutti lavavamo i piatti e di nuovo era un momento di condivisione. Poi stavamo un po’ insieme davanti alla TV per guardare le notizie della giornata e, salutato, tornavo nella mia stanza sempre attraverso l’orto (oltre agli stivali, indispensabile per me era la torcia).

con le suore di Santa Teresa del Bambin Gesù che gestiscono l'ospedale di Kiirua in Kenya
Momento di relax dopo cena

A questo punto col telefono mi collegavo per chattare con gli amici, aggiornarmi con la famiglia o essere un po’ social; leggevo qualche pagina di un libro e chiamavo Tom. Dopo la sua buonanotte mi lasciavo andare al sonno per ricominciare tutto da capo il giorno seguente.

Così sono trascorsi 4 anni della mia vita (poi c’erano i weekend e i giorni in cui viaggiavo, ma quella è un’altra storia).

Sono trascorsi così tra fatica e soddisfazione, tra felicità e nostalgia, tra solitudine e condivisione, tra pioggia e sole, tra persone che ora per me sono sorelle e fratelli e sconosciuti, trazioni ripetute quotidianamente e novità.

4 anni,  1460 giorni che non torneranno più, ma che porterò sempre con me.

 Che mi rendono me.

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2 commenti

  1. always a pleasure working with you in surgical department

    1. It was great for me too to work with you…I really learned a lot from you and all the surgical staff!

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