Maternità per una mamma expat: le difficoltà nel crescere mio figlio in Kenya.

Laura Makena in Kenya- giornata spesa con il figlio e la nonna a Machaka nel Meru

La mia avventura più pazza e selvaggia da 2 anni a questa parte non parla di safari e viaggi on the road, ma del caos di sperimentare la maternità e di crescere un bambino tra le sfide di una cultura nuova.

E se c’è una cosa che l’esperienza di essere una mamma espatriata in Kenya mi ha insegnato, è che la maternità è una lingua universale, ma ogni cultura ha il suo dialetto unico.

Da quando ho deciso di fare del Kenya la mia casa lontano da casa, sono stata immersa in un viaggio affascinante e talvolta impegnativo, fatto di sorprese quotidiane e sfide inaspettate. In questo articolo, voglio condividere con voi la mia esperienza personale come mamma italiana in Kenya, esplorando le difficoltà uniche e le inaspettate gioie di crescere un bambino in un contesto così diverso.

Le difficoltà durante la gravidanza in Kenya.

Ho scoperto di essere incinta tra Kenya ed Italia: il primo test di gravidanza fatto in Kenya il giorno prima di partire non era ben chiaro sull’esito, ma poi il secondo, messo in valigia con manghi e avocadi, e fatto in Italia, era chiaramente positivo.

Così è iniziata la vita di Amari, tra 2 nazioni e 2 culture, e così sarà per sempre.

Ma per me, nata e cresciuta in una cultura non è sempre rose e fiori adattarmi ad un nuovo stile di vita, e quando tutto nella tua vita diventa nuovo le difficoltà diventano ancora maggiori.

Innanzi tutto, sebbene io abbia studiato da infermiera e Tom sia clinical officer, inizi a chiederti come funzioni il tutto da un punto di vista fisiologico. Non sai più dire se le cose che leggevi sui libri anni prima siano quello che sta succedendo a te o se avere le gambe gonfie, sempre fame, acidità di stomaco e così via, non sia una tortura che accade solo a te. Ovviamente ogni donna si fa queste domande, ma nel mio caso la difficoltà stava nel fatto che non era facile per me trovare risposte in corsi pre-parto o ostetriche durante le visite.

Il tipo di sanità in cui ho potuto contare viste le nostre disponibilità non aveva nulla a che fare con il livello sanitario italiano, e questa è stata una grossa difficoltà per me, oltre che una grossa paura.

Ma non eravamo preparati anche su altri aspetti prima di accogliere nostro figlio: non sapevamo cosa ci sarebbe servito a livello pratico per il bambino. Cercando liste su google e YouTube si parlava di un centinaio di diversi oggetti più disparati che probabilmente non sarebbero nemmeno entrati nella piccola stanzetta che avevamo a disposizione per Amari. Chiedendo, invece, ad amici, qui in Kenya, ci parlavano di dormire con il bambino nel letto, portarlo sempre in spalla ed allattarlo al seno per cui non ci sarebbe servito praticamente nulla. La proposta poteva sembrare allettante, ma allo stesso tempo sentivo dentro di me che potrebbe non essere stato il modo migliore (o più all’avanguardia) di crescere mio figlio.

Ma le difficoltà stavano solo per aumentare…

Leggi qui del giono in cui Amari è nato - Laura Makena in Kenya

Le difficoltà di una mamma expat dopo la gravidanza.

I famosi video di YouTube con cui io e Tom ci preparavamo a diventare genitori, ora come ora, li dovrei forse segnalare tutti in quanto “danno false informazioni”.

Pensavamo fosse facile: sapevamo che non avremmo avuto grandi aiuti; anche se i miei genitori erano con noi quando Amari era appena nato, presto saremmo rimasti solo noi 3 contro tutte le novità ed i cambiamenti che ci aspettavano. E niente e nessuno ci aveva avvisato di quanto potesse essere difficile essere genitori per la prima volta e per di più a cavallo tra 2 culture.

Credo proprio questa sia stata la mia maggiore difficoltà: vi posso parlare della difficoltà e la paura di non poterci permettere un sistema sanitario adeguato in caso di necessità, potrei parlarvi di come la mancanza di un solido network di supporto familiare e amicale è stata una difficoltà non da poco in certi momenti cruciali.

Potrei parlarvi di come io e Tom passavamo sere intere preoccupandoci del futuro di Amari, in quanto troppo chiaro perché possa passare inosservato in Kenya ( vi raccontavo qui la mia esperienza a riguardo), per il tipo di scuola che avrebbe fatto per poter aver l’opportunità di scegliere dove vivere, di che lingua avrebbe parlato e così via, ma vi parlerò di un’altra difficoltà. La mia difficoltà nell’essere una madre felice.

La mia avventura di crescita in Kenya da mamma a persona.

Prima e dopo la maternità ho lavorato da casa facendo poche ore al giorno. Perciò ero fondamentalmente una mamma a tempo pieno, oltre che casalinga e moglie. Facevo piccoli lavoretti per lo più online che mi permettevano di guadagnare qualche cosa per sentire che davo il mio contributo alle finanze familiari. Inoltre lavorando da casa potevo gestire totalmente da sola con Tom, quando non lavorava o studiava, il nostro piccolo e le faccende di casa.

A lungo andare devo dire che ero diventata brava a far coincidere Amari, casa, marito, lezioni e lavoro; ciò che non ero riuscita a fare coincidere era me stessa.

immagine Laura Makena in Kenya

Le difficoltà finanziarie

Il poco che guadagnavo, sommato al poco che Tom guadagna, non era abbastanza per farci rilassare dalla pressione economica e ancor meno per concederci degli svaghi o sfizi. E la pressione economica era anche maggiore se pensavamo al futuro di Amari: nei nostri sogni ci sarebbero scuole internazionali per lui, ma la realtà a volte può dire altro, vorremmo essere in grado di far crescere Amari conoscendo entrambi i paesi dei suoi genitori, ma dal Kenya l’Italia non è proprio dietro l’angolo.

Vedevo, infine, sui social, ma non solo, foto di piccoli bambini vestiti come perfetti bambolotti, fare foto da fotografi ogni complemese e avere i giochi più “fancy” (non riesco a trovare parola adatta in italiano), mentre noi ci sforzavamo per comprare i pannolini ogni mese. Ero forse una mamma meno brava perché non davo il meglio a mio figlio? Il fatto che indossasse vestiti tutti regalati o usati mi rendeva una madre che non sapeva fare il suo “mestiere”.

Non avevo tempo per me

Il mio tempo non era mio, c’era il tempo di Amari, del lavoro, della casa, di Tom, ma non sapevo prendermi del tempo per me. Ero arrivata quasi al punto di sentire di non avere nemmeno il tempo per farmi una doccia. Potevo farla mentre Amari dormiva, ma se si svegliava? Potevo farla quando Tom tornava dal lavoro, ma perchè non concedergli del tempo in più per studiare? Finiva che il mio momento di farmi una doccia era quando ero esausta e la scelta doveva essere tra docciarmi e dormire.(E per la madre di un bimbo di un anno credo che dormire venga sempre al primo posto!).

Tom mi spingeva a riposare, a farmi la mia passeggiata rilassante, ma mi sembrava che stare lontana da mio figlio non sarebbe stato giusto nei suoi confronti e che mi sarei sentita in colpa per essermi presa del tempo per me.

Non avevo una motivazione per me

Oltre a non trovare il tempo da dedicare a me stessa, non trovavo nemmeno la motivazione per dedicarmi a me stessa; perchè avere dei capelli ordinati e vestiti puliti se tanto tutto ciò che dovevo fare era essere a casa con mio figlio e pulire la casa?

Non era solo la stanchezza a tormentarmi al mattino, ma era anche la mancanza di motivazioni (apparenti per me) per svegliarsi, vestirsi, mangiare e così via. E più non mi prendevo cura di me più trovavo scuse per evitare di prendermi cura di me.

Essere sempre a casa da sola non mi stimolava. Essere da sola con un bambino piccolo mi faceva sentire in gabbia. Uscire era molto difficile con Amari perciò spesso non avevo adulti con cui parlare. Attendevo che Tom tornasse a casa per poter parlare con lui. Eravamo stanchi per motivi diversi: lui fuori tutto il giorno senza vedere Amari desiderava tornare a casa e giocare con lui sul pavimento e sapere cosa aveva mangiato o fatto di nuovo. A me sembrava che tutto ciò che mi succedeva di straordinario era dare una pappa nuova ad Amari o cambiare più pannolini del solito.

Avevo paura di essere giudicata

Non uscivo di casa anche per il motivo che avevo paura di sentirmi giudicata come madre. Si ha l’idea della madre “africana” che si prende cura egregiamente di numerosi figli, li sfama tutti con il suo seno abbondante e cammina anche per lunghe distanze portando il proprio piccolo in spalla. Io non ero nulla di tutto ciò. Non ero riuscita ad allattare ed avevamo dovuto svezzare Amari prima del dovuto perché non potevamo permetterci il latte in polvere. Non riuscivo a portarlo fuori spesso perchè il passeggino di seconda mano che ci era stato regalato non era per nulla in grado di affrontare le strade sconnesse di Ngong, o anche solo quella fuori dal nostro cancello, e la mia schiena con un po’ di acciacchi non mi permetteva di portare Amari che, tra l’altro, cresceva a vista d’occhio. Ed infine, ero una neomamma, con mille dubbi, nessuna esperienza, nonni o amici su cui fare affidamento, ma c’erano mille persone pronte a dirmi come comportarmi per essere la madre perfetta, ma nessuno mi diceva mai che, purtroppo o per  fortuna mia, non esiste la madre perfetta.

2 episodi in particolare mi fecero sentire inadeguata come madre e in entrambi gli episodi chi mi fece sentire così stava solo cercando di suggerirmi cosa fosse la cosa migliore per mio figlio. Perciò evitavo il confronto, che fosse per strada o parlando con qualcuno in Italia.

Ho deciso di sparire per parecchio anche sui social per non dover spiegare nulla a nessuno e così il ciclo vizioso di me che non trova tempo, motivazioni e la forza di fregarsene degli altri ricominciava.

Ed ora come va?

Qui in Kenya è abitudine chiamare una donna come “mamma di… “ e inconsapevolmente io stavo facendo lo stesso con me stessa. Invece che considerarmi come Laura, mi vedevo solo come “Mamma Amari” dimenticandomi della mia vita, delle mie passioni e dei progetti che facevo prima che il mio piccolo nascesse.

Nonostante il supporto di Tom ed il suo continuo incoraggiamento non riuscivo a vedermi come persona autonoma, ma era come se io ed Amari dovessimo vivere in simbiosi ( quella che sentiva che non poteva lasciarlo ero io, e non viceversa).

Poi una grossa novità ( ve ne scriverò prestissimo) è arrivata inaspettatamente e la mia vita è cambiata completamente!

Ho dovuto trovare la forza di staccarmi da Amari e uscire di casa. Non ero più in controllo di tutto quello che gli succedeva e non potevo più essere con lui 24/24. Da allora credo di essere più felice, ma credo, soprattutto di essere una madre migliore. Mi sono resa conto che mio figlio non ha bisogno di una madre che sia con lui in continuazione, ma che lo ami ogni giorno ed ogni istante e quando è insieme a lui ha veramente voglia di esserlo, di giocare, di ridere, di fare mille attività e godersi quei momenti insieme. Ha bisogno di una madre che trovi tutti i giorni un motivo per svegliarsi presto, vestirsi ed uscire e quando la sera tornerà a casa da lui sarà curiosa di ascoltare tutte le nuove cose imparate e avrà lei stessa cose nuove da raccontare. Amari ha bisogno di 2 genitori che si sentono realizzati, che si sentono entrambi fondamentali per la famiglia e che non sentono che i loro ruoli siano troppo sbilanciati.

Ho imparato e questa volta da sola, senza video YouTube o esperti di maternità, che Amari non ha bisogno di una madre perfetta, ma di una mamma felice!

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